Onnivoro della canzone di qualità, Vinicio Capossela è un insaziabile ricercatore di suoni, storie, culture e personaggi di ogni epoca. Pluripremiato (4 Targhe Tenco) e venerato dalla critica, è uno degli autori più interessanti della scena musicale internazionale, nonché quello che ha contribuito maggiormente al rinnovamento della canzone d’autore italiana.

La tua musica è fatta di viaggi, di scoperte. Verrebbe da dire che dopo un lungo peregrinare, con questo nuovo album, Canzoni della Cupa, ha prevalso il desiderio di tornare alle origini. Come mai questa scelta?
Le origini, l’archetipo, l’Itaca perduta. C’è una poesia di Kavafis intitolata a Itaca; dice che per quanto la si trovi brulla e vuota, Itaca ti avrà comunque regalato il viaggio. Il mio viaggio è durato a lungo. L’opera precedente era dedicata al viaggio per mare, il mare come luogo del destino. Marinai Profeti e Balene andava da Omero a Mel- ville, come Dylan, ma non prenderò il Nobel per questo. L’Odissea riguarda tutti. Ognuno ha la sua. Ci insegna e ci parla delle separazioni che ci impone il viaggio della vita. Itaca è come una specie di idea, l’idea di una comunità originaria. Io la mia Itaca l’ho portata in me nella zolla del racconto. Ho viaggiato a lungo e l’ho trovata vuota. I paesi vuoti e solo l’eco delle musiche che li avevano animati. Itaca l’ho riconosciuta in frammenti, in ombre, in voci. Non esiste se non nel racconto. Il mio viaggio a Itaca l’ho fatto durare una quindicina di anni e l’ho raccolto nel romanzo Il paese dei coppolini e nelle Canzoni della Cupa. È un viaggio di completamento. La radice è la parte nascosta, che genera un’ombra che ci accompagna interiormente. Per indagare questa radice bisogna mettersi al riparo della storia e ascoltare, come un rabdomante i segnali della terra. Ed è quello che ho fatto. Credo, come diceva Jung, per completarmi con la mia zona d’ombra.

La figura femminile è molto presente nell’album. È un caso o ha un ruolo ben preciso?
Questo è un disco di terra e la terra è per definizione madre. È il femminile. Molte canzoni vengono dall’Humus della cultura popolare di paese. In un paese, a scavare in profondità c’è un po’ la storia del mondo. Nell’ultra-locale c’è l’ultra-universale. La maggior parte delle storie raccolte nelle cosiddette canzoni a sonetto avevano soggetto femminile. Donne molto diverse tra loro: quella arrivista e di facili costumi, quella così fedele da non sopravvivere alla morte dell’amato, la padrona della masseria e dei desideri, la depositaria della magia e della guarigione. E poi questo ininterrotto fiume di desiderio, di carnalità mai volgare, ma vitale, che trasforma l’uomo in lupo, come nella canzone Il pumminale. L’eterno femminino ascendente insomma.

L’album è diviso in due parti: Polvere e Ombra. Due situazioni di realtà celata, da scoprire. Verità e bellezza sono inevitabilmente frutto di un lavoro di ricerca?
Polvere e ombra sono la sostanza dell’esistenza. Siamo Polvere e Ombra, come diceva Orazio. Nel mio disco la polvere è quella della fatica, del sudore, dello sparo, della frontiera. L’Ombra è quella dell’inconscio collettivo, il peso dell’ombra culturale, l’ombra generata dalla radice. L’ombra delle leggende, della selva, delle metamorfosi. Quella zona in cui non si è accesa bene la luce della scienza e della storia.

C’è già una nuova destinazione prevista, nel viaggio artistico di Vinicio Capossela?
Il medioevo. Visto che il mondo sta precipitando in un nuovo medioevo, farò un disco ispirato alle ballate e ai bestiari. Che la luce delle feste asinarie, le feste dei folli ci possa far rinsavire e portare a un nuovo rinascimento.